“Dire Napoli al mondo”. Il Cardinale Crescenzio Sepe parla del suo imminente viaggio a New York

Ottorino Cappelli (2 January 2011)

Il Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe sarà a New York il prossimo gennaio, dove incontrerà la comunità italiana, personalità del mondo della cultura, dell’arte, studiosi, uomini di fede e laici. Il viaggio ha un titolo “Dire Napoli” ed uno slogan “Non chiudere le porte alla Speranza”. Tra i momenti più significativi saranno l’incontro con il Rabbino Schneier e i leader della comunità ebraica di New York, una tavola rotonda organizzata dal John D. Calandra Italian American Institute sui problemi delle migrazioni umane, ed un incontro alla Casa Italiana Zerilli-Marimò sulla rappresentazione cinematografica e mediatica di Napoli nel mondo. La visita è accompagnata da una preziosa mostra del presepio napoletano, che è stata inaugurata all'Istituto Italiano di Cultura di New York il 14 dicembre e si chiuder`' alla presenza del Cardinale il 18 gennaio. i-Italy—che di questo viaggio sarà il servizio stampa ufficiale—ha incontrato il Cardinale Sepe a Napoli per chiedergli di raccontare in anteprima ai propri lettori il motivo di “Dire Napoli” nel mondo.

Il viaggio che lei si appresta a compiere il prossimo gennaio e che la porterà anche a New York, ha un titolo "Dire Napoli" ed uno slogan "Non chiudere le porte alla Speranza". Perchè dire Napoli nel mondo, e perchè cominciare da New York?

“Dire Napoli” significa raccontare Napoli nella sua cruda realta’ che certamente e’ fatta da tante ombre, ma ache da tante luci. Perchè New York? Perchè a New York c’e’ un cuore di Napoli, c’e’ un cuore della Campania. New York non è solo l’inizio, è anche l’arrivo di un cammino che ho percorso nel mondo, dove `raccontando Napoli, città multiculturale, interculturale. New York è la capitale economica degli Stati Uniti, ma anche il centro di un mondo che gira intorno alla realtà americana. Racccontare Napoli lì, a degli interlocutori che hanno una sensibilità particolare perchè napoletani o figli di napoletani, nel posto dove hanno poturo realizzare le loro potenzialità, contribuendo alla crescita di questa grandissima nazione di questa celeberrima città, significa dare un’eco universale al nostro scopo di mostrare Napoli così com’è.

Il suo viaggio è preceduto da una inedita mostra dell’arte presepiale napoletana, con decine di pezzi unici esposti nelle sale dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. Che significato ha questa mostra all’interno di “Dire Napoli”?

E’ un esempio del nostro modo di comunicare. Proprio l’arte presepiale fa di Napoli la capitale del mondo. E’ un’arte che ha visto coinvolti re, regine, nobiltà, gente del popolo. Un’arte che era realmente incarnata nel territorio. Il presepe napoletano non è solo la rappresentazione della sacra famiglia—San Giuseppe, la Madonna, il Bambino—ma è stato arricchito dall’intera realtà esistenziale, concreta della nostra gente. Con questa mostra New York diventa la sede della prima esposizione internazionale di quest’arte fortemente espessiva, che parla direttamnete alla gente. Quando vedranno queste immagini dei presepi i visitatori capiranno anche meglio l’originalità, ma anche l’identità del nostro popolo napoletano.

Un paio d'anni fa lei fece scalpore dichiarando che Napoli era sprofondata «in una delle notti più buie della sua storia». E il Cardinale di Napoli è oggi un uomo di punta nella denuncia del dolore di questa città. Ed è anche attivissimo nella ricerca delle cause e delle possibili strade per un cammino di speranza. Cosa vede e cosa può fare la Chiesa per questa città?

La chiesa ha esaminato in profondità la situazione della città, perchè avvicina la gente, conosce la gente, e sente anche le grida che vengono da tante persone, soprattutto dai giovani che vogliono dei segni di speranza concreti, pratici, in modo da non arrivare a quell’abbattimento, a quel pessimismo, a quella rinuncia totale che diventa poi una disperazione alla quale diffcilmente si porebbe dare una risposta. E per questo che ho invitato tutti, tutti quelli che sono responsabili, le istituzioni, ma anche ogni singolo cittadino, a rimboccarsi le maniche. Perchè solo con la collaborazione di tutti, solo cercando di fare sinergia, di mettere insieme le nostre potenzialità, noi possiamo sconfiggere le tenebre. Al di là delle emergenze quotidiane, dobbiamo trovare una soluzione a monte. E io credo che la soluzione sia proprio l’educazione, la formazione—nelle famiglie, nelle scuole e nella chiesa.

Un momento cruciale della sua visita sarà l’incontro con il Rabbino Arthur Schneier, un altro religioso che ha fatto del dialogo tra le fedi la sua ragione di vita. Lo incontrerà nella stessa Sinagoga di Park Avenue visitata nel 2008 dal papa Benedetto XVI. Che significato ha per Lei e per Napoli questo incontro con la comunità ebraica?

Sono molto contento di poter incontrare il rabbino perchè conosco per fama la sua apertura in questo campo e New York costituisce un po’ il cuore anche di questo dialogo inter-religioso. Nei miei viaggi in Asia, in Africa, in America Latina quando ero Prefetto della Congregazione per l’Evengelizzazione dei Popoli, ho sempre avuto occasione di incontrare i rappresentanti delle comunità ebraiche ed abbiamo avuto sempre dei cordiali, sinceri rapporti di amicizia. E la stessa comunità ebraica qui a Napoli è per me un punto di riferimento. Abbiamo costituito anche dei comitati, ci vediamo diverse volte all’anno, dialoghimo. Direi che è una sinergia molto interessante. Noi come Chiesa Cattolica ci mettiamo a disposizione per tutte le loro esigenze, e nello stesso tempo ci arricchiamo anche di questo dialogo. E per questo è un onore particolare per me incontrare il Rabbino Schneier, perchè vorremmo che questo cammino che abbiamo intrapreso sia sostanziato dall’apporto di un dialogo franco trasparente e sincero con i nostri fratelli maggiori, i nostri fratelli ebrei.

Il suo viaggio toccherà anche il tema sociale difficilissimo e delicato, oggi, delle migrazioni umane, dell'accettazione dell' “altro”. Ne parlerà in una tavola rotonda organizzata dal Calandra Italian American Institute della City University of New York. Lei ha spesso denunciato le difficoltà di accoglienza dei migranti in tutto il mondo….

Ritengo particolarmente interessante la possibilità di partecipare a questa tavola rotonda, perchè affronta uno dei problemi più delicati, più attuali, più emergenti della nostra società. E’ un fenomeno ormai globalizzato, e purtroppo constatiamo che fin quando si tratta di mercati, di commercializzare prodotti, sembra che non ci siano tanti problemi. Quando invece si tratta di accoglienza di uomini che vivono situazioni particolari, difficili, allora certi problemi emergono. Il motivo secondo me è che ancora non c’è una filosofia, una categoria mentale di vera e propria accoglienza dell’altro, di chi viene da fuori.

Lei parteciperà anche ad un altro incontro, presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University. Questo sarà dedicato alla “rappresentazione” di Napoli, e la vedrà dialogare con esponenti del mondo della comunicazione e della cinematografia che si sono occupati di Napoli. L’obiettivo è di comunicare un’immagine di Napoli che, senza negarne il dolore, mostri anche le strade della speranza?

Napoli è una cartolina. Con i suoi chiaroscuri. Ed ha suscitato sempre un particolare interesse da un punto di vista cinematografico, artistico e culturale. E ci sono stati tanti produttori, attori, artisti che hanno contribuito ad una rappresentazione di Napoli con un carattere di realismo, che focalizzava certamente i punti oscuri, ma anche le potenzialità di questa città: la sua cordialità, la sua apertura… diciamo anche i colori, i sapori, i canti di Napoli. E la sua grande realtà culturale. Questo è il modo in cui anche noi vogliamo dire Napoli, contribuendo ad una rappresentazione realistica di questa città, con le sue luci e le sue ombre, appunto.

Lei non si fa problemi ad utilizzare in varie occasioni espressioni dialettali, e le piace salutare i suoi fedeli dicendo: « 'A Maronna v’accumpagna ». Qual è il suo rapporto con Napoli e la “napoletanità”, anche nella sua versione più popolare, sia religiosa che laica?

Io sono napoletano, sono nato a venti chilometri da Napoli. E sento tutto l’orgoglio di queste mie origini e spero il signore mi darà la forza di continuare a sentire fino all’ultimo giorno della mia vita questa esigenza di stare con la gente, di parlare con la gente, di tastare il polso delle situazioni concrete della mia gente. E ritengo naturale anche esprimermi nella lingua della mia gente, che è la mia lingua, è anche segno di cultura. Il giorno in cui ho preso possesso della sede di Napoli, alla fine della mia prima omelia nella cattedrale, ho usato questa espessione che mi è stata insegnata da mamma. I primissimi ricordi di quando ero bambino, quando lei mi metteva il grembiulino, la cartella a tracollo perchè dovevo andare a scuola… un bacio sulla fronte e poi quell’augurio, che è satata anche l’ultima parola che mi ha detto prima di morire « 'A Maronna t’accumpagna ». Allora vorrei fare questo augurio a tutti coloro che ci ascoltano e a tutta la bella, famosa città di New York, agli Stati Uniti e naturalmente a tutti gli italiani e soprattutto a napoletani, ai campani di New York: « 'A Maronna v’accumpagna ».