Uno striscione con slogan di amicizia tra Napoli e New York viene mosttrato a conclusione della tavola rotonda sul tema delle migrazioni umane nel terzo millennio tenutasi alla City University di New York.

Cronaca della terza giornata del Cardinale di Napoli a New York (19 gennaio 2011)

(20 January 2011)

AVISO PER I MEDIA:
Le fotografie e i filmati relativi a questa giornata sono diponibili ai seguenti link:

Visita al Calandra Institute
e tavola rotonda alla City University di New York

http://www.mediafire.com/i-italy#10,1
Pranzo alla pizzeria napoletana 'Kestè"
http://www.mediafire.com/i-italy#11,1
Visita alla St. Patrick’s Old Cathedral
http://www.mediafire.com/i-italy#12,1
Visita ad Eataly New York
http://www.mediafire.com/i-italy#13,1

UNA GIORNATA ALL'INSEGNA DELLA RIFLESSIONE SUL TEMA DELLE MIGRAZIONI UMANE

ORE 9-10
VISITA DEL CARDINALE SEPE E DEL SOTTOSEGRETARIO SCOTTI AL JOHN D. CALANDRA ITALIAN AMERICAN INSTITUTE

Altra tappa importante della visita del Cardinale Crescenzio di Napoli a New York: la visita al Sua Eminenza al John D. Calandra Italian American Institute, della City University of New York (CUNY). La visita avviene su invito del suo preside, il prof. Antony Julian Tamburri. Subito dopo il prof. Tamburri e i suoi invitati si sposteranno al vicino Graduate Center della CUNY dove parteciperanno alla tavola rotonda intitolata: “Le migrazioni umane nel terzo millennio”.

Il Calandra Institute è il più importante istituto universitario di questo genere negli Stati Uniti, centro di ricerche e di incontri culturali su tematiche storiche, sociali e politiche italiane ed italo-americane. La redazione del magazine multimediale i-Italy, che fa da servizio stampa per il viaggio del Cardinale, è ospitata nei locali dell’isituto.

Il Cardinale Sepe era accompagnato dal Moderatore della Chiesa di Napoli Mons. Gennaro Matino, dal Sottosegretario agli Affari Esteri On. Vincenzo Scotti e dal Console Generale Francesco Maria Talò. Dopo aver visitato gli uffici del Calandra e la sede di i-Italy, il Cardinale e gli altri ospiti si sono intrattenuti a lungo nello studio del prof. Tamuburri affrontando alcuni argomenti che sarebbero poi stati sviluppati nella successiva tavola rotonda.

Si è parlato di emigrazione, di come gli stessi emigranti italiani abbiano subito al loro arrivo negli Stati Uniti gravi discriminazioni. E di come la stessa lingua italiana sia stata abbandonata da moltissimi emigranti, specie dopo l’inizio della II Guerra Mondiale, quando le autorità americane lanciarono una forte campagna di “americanizzazione” degli emigranti, invitati a “non parlare la lingua del nemico.”
Il prof. Tamburri ha ricordato l’importanza di Napoli nella storia dell’emigrazione italiana, sia  per il numero di napoletani che sono partiti in oltre un secolo, sia come porto d’imbarco per moltissimi emigranti meridionali.

Si è anche parlato del lavoro svolto dalle università di Napoli e di New York e della necessità di agire in maniera concreta per l’equipollenza dei titoli universitari, elemento fondamentale per consentire una “circolazione dei cervelli” che non sia “fuga” o “abbandono”.

Al termine del breve incontro, sia il Cardinale che il Sottosegretario Scotti hanno espresso l’auspicio della creazione a Napoli di un centro studi sull’emigrazione, in collegamento con l’esperienza del Calandra Insitute a New York. Tutti concordi nel dirsostenere che la convenzione geografica di un medesimo parallelo che unisce Napoli e New York non si riflette solo nella comunanza culturale tra le due città (un riferimento al festival cinematografico 41’ paralleo, a cui il Cardinale parteciperà domani), ma anche nella storia dei flussi di uomini, in arrivo e in partenza, che attraversano le due città.


Ore 10-12:30
TAVOLA ROTONDA SUL TEMA DELLE MIGRAZIONI UMANE NEL TERZO MILLENNIO PRESSO L’ISTITUTO DOTTORALE DELLA CITY UNIVERSITY DI NEW YORK

Il Cardinale ha affermato che "Napoli è la capitale del mediterraneo" e ha espresso il desiderio di creare un centro di emigrazione a Napoli in unione con il Calandra di New York, dopo tutto le due città "condividono anche il medesimo parallelo".

La seconda tappa mattutina nel cammino del Cardinale Sepe è stata all’Istituto dottorale della City University di New York per l’annunciata tavola rotonda sul tema delle "Migrazioni umane nel terzo millennio" e delle sfide che l’Italia deve affrontare mentre si trasforma da paese d emigrazione in paese di immigrazione. Che lezioni può derivare l’Italia di oggi dall’esperienza americana—terra di immigrazione per antonomasia—e in particolare dalla storia della propria stessa emigrazione negli Stati Uniti?

Dopo un saluto del Console Generale Francesco Maria Talò, il prof. Anthony Tamburri, preside del John D. Calandra Italian American Institute della CUNY, ha introdotto i lavori. Il suo intervento è consistito nella proiezione e commento di una serie di fotografie di stampe e vignette pubblicate da giornali americani tra le fine dell’800 e la metà del ‘900 in cui si ritraevano gli immigrati di allora, tra cui riconoscibilissimi gli italiani. Il prof Tamburri ha mostrato la violenza xenofoba, al limite del razzismo, con cui la figura degli immigrati veniva deumanizzata attraverso queste rappresentazioni. “Volevo darvi appena un’idea del modo in cui gli italiani furono accolti” ha concluso lo studioso accennando a difficoltà analoghe che attraversano i migranti oggi in Italia.

E’ stata data poi la parola al Cardinale di Napoli, il quale ha sottolineato la contraddizione della globalizzazione odierna, laddove la circolazione di merci e denaro viene favorita, mentre la circolazione di uomini suscita profondi timori e viene spesso osteggiata. Sepe ha sottolineato invece l'importanza dell'accettazione ed ha citato anche Giovanni Paolo II, invitando tutti a "riflettere sul tema del dialogo tra culture", considerato come il “percorso obbligatorio per la costruzione di un mondo rappacificato, un mondo capace di guardare al suo futuro con serenità”. “Il percorso giusto è quello del dialogo fra culture differenti affinché si abbattano le barriere” ha sostenuto sottolineando il grande impegno della Chiesa, e in particolare della Chiesa di Napoli in questo campo.
“Ogni paese, ogni città che, come Napoli, ha vissuto fenomeni consistenti di flussi migratori sia in uscita che in ingresso, non può chiudere le porte allo straniero generando nuove conflittualità. L’integrazione è e deve diventare una risorsa”, ha detto il Cardinale ricordando che il principio dell’accoglienza è per i cristiani un valore fondamentale perché il Signore ha detto: “Ero forestiero e mi avete ospitato”.

Il Sottosegretario agli Affari Esteri Vincenzo Scotti ha parlato dell'importanza dell’emigrazione italiana in tutto il mondo, decine di milioni di persone che rappresentano un valore per aver contribuito, col cuore e col cervello, alla crescita di nuove culture.  Concordando con il Cardinale sull’importanza del dialogo per sconfiggere pregiudizi che affiorano oggi in Italia nei confronti degli immigrati, l’On. Scotti ha sottolineato che l'accento va posto sul "dialogo esistenziale" più che su quello intellettuale, poiché il processo di accettazione avviene non tanto tra le nazioni, quanto “al livello del vicino di casa”. L’invito dunque è ad accettare la complessità pluralistica, la contaminazione culturale delle nostre società meticcie come “un viaggio esistenziale intorno all'identità di ognuno di noi.” La posta in gioco, per l’Italia e per gli italiani, è la crescita spirituale, sociale ed economica del Paese che può avvenire solo attraverso un percorso di accetazione dell’altro.

Padre Leonir, Executive Director dello Scalabrini International Migration Network, ha notato come il fenomeno delle migrazioni umane si stia imponendo sempre più al top dell’agenda internazionale ed ora richiede insistentemente l'attenzione di tutti gli Stati.
I movimenti delle persone sono oggi più intensi, diversificati e complessi rispetto alle precedenti epoche. In un’era globalizzata in cui crescita demografica, ineguaglianze socio-economiche, e cambiamenti climatici rappresentano sfide enormi che impattano sui flussi migratori, gli stati-nazione non possono farcela da soli: sono necessari sforzi concertati tra i governi e le organizzazioni della società civile, inclusa la Chiesa Cattolica, al livello sia globale che regionale.

Fred Gardaphè, Professore ordinario di Studi Italiani ed Italoamericani al Queens College, ha approfondito il tema delle intolleranze etnico-razziali sottolineando di questi fenomeni gli immigrati italiani sono stati non solo vittime, ma anche a volte protagonisti. “Ricordo che quando ero bambino, a Chicago, mia madre mi diceva che i neri puzzano… e più di una volta mi è capitato, quando ero a contatto con bambini neri, di cercare di annusarli per capire se puzzassero davvero… ma non sentivo nulla!” Solo quando ci si conosce, quando si impara a conoscere l’ “altro”, si abbandonano i pregiudizi, ha concluso il professore. “E questo è quanto noi studiosi studiosi del fenomeno storico, culturale e sociale delle migrazioni siamo impegnati a fare: far conoscere l’altro agli altri”.

Il prof. Viscusi, direttore del Wolfe Institute al Brooklyn College, ha sottolineato che i discendenti degli immigrati italiani, che nei primi decenni furono trattati quasi “come neri”—ci furono infatti  perfino episodi di linciaggio di immigrati italiani, specie nel Sud degli Stati Uniti alla fine dell’800—una volta “diventati bianchi” hanno rifiutato quel passato “vergognoso”. E ancora oggi tanti mostrano un rifiuto di conoscere meglio quell’Italia povera che spinse i loro avi i loro avi ad emigrare, e spesso rifiutano di riportare alla memoria la stessa esperienza di sofferenza delle loro famiglie. Dietro questo fenomeno di rimozione del passato c’è anche un elemento “classista”, ha aggiunto: molti ex immigrati che oggi sono riusciti a conquistarsi una posizione nel ceto medio, vogliono cancellare il ricordo di un passato da “classe operaia”, di una cultura di provenienza legata al mondo del lavoro manuale, umile. Un atteggiamento che è un grande ostacolo alla piena maturazione degli italiani d’America come “gruppo sociale ed etnico”.

La tavola rotonda si è conclusa con l'augurio del Cardinale Sepe di trasformare sempre di più in futuro, la famosa frase Hobbesiana "homo homini lupus" in "homo homini frater", con l’impegno a considerare sempre l’ “altro”, il "diverso", come un fratello e non come un nemico.


Ore 17-18:30
VISITA ALLA BASILICA ST. PATRICK’S OLD CATHEDRAL, NEL CUORE DEL QUARTIERE LITTLE/ITALY/CHINATOWN

Il pomeriggio del Cardinale di Napoli è proseguito a Mott Street, in una delle più antiche chiese di New York, la St. Patrick’s Old Cathedral. Costruita ai primi dell’800, la chiesa e' stata ordinata Basilica da Papa Benedetto XVI il dicembre scorso, ed è l’unica chiesa ad avere tale rango nell’Arcidiocesi di New York. Nonostante il freddo pungente la chiesa era gremita di rappresenti delle maggiori comunità etniche del quartiere, la cinese ed italiana.

Dopo il canto dei Vespri, condotto dal Cardinale Sepe e dal parroco Donald Sakano, di origini asiatico-italiane, è stata offerta al Cardinale una presentazione delle attività che la chiesa conduce nel quartiere. Il signor Vittorio Papa, Presidente dell’associazione Two Bridges dedicata alla promozione del dialogo interculturale “italo-cinese” ha ricordato come da100 anni le due comunità coesistano armoniosamente.
Gli ha fatto eco Justin Yu, Presidente della Chinese Consolidated Benevolent Association  
che ha sottolineato come al di la delle sane differenze, italo-americani e cino-americani condividano rispetto per la tradizione, valori, cultura e l'amore per "i maccaroni cinesi".
Il Cardinale Sepe ha poi assistito ad una rappresentazione del “Marco Polo Day”, la festa locale che celebra la coesistenza delle due comunita'. Prima di lasciare la Basilica Sua Eminenza ha co-celebrato la messa nella cripta chiesa insieme a Padre Sakano ed altri sacerdoti di diverse origini etniche.


DUE PAUSE PIACEVOLI PER IL CARDINALE SEPE

A pranzo alla pizzeria napoletana “Kestè”
A pranzo con una vera pizza napoletana. Il Cardinale Crescenzio Sepe, accompagnato dal Console Generale Francesco Maria Talò e dal vecchio amico Vincenzo Scotti, Sottosegretario del Ministro degli Esteri, ha mangiato presso la pizzeria Napoletana Kestè, locale di grande successo gestito da Rosario Procino e dal pizzaiolo Roberto Caporuscio.
Dopo un antipasto con mozzarella (realizzata nello stesso locale) e prosciutto di parma, sul tavolo sono passati assaggi di diverse pizze. Grande creatività ma anche un gusto indiscutibilmente napoletano.
“E’ questo un esempio del grande senso imprenditoriale che hanno i napoletani anche all’estero. Una pizzeria napoletana nella migliore tradizione che da lavoro anche a non napoletani”, ha detto il Cardinale.
La pizzeria Kestè nel Village di Manhattan è diventata in brevissimo tempo quasi un luogo cult per chi ama la vera pizza napoletana. E così anche molti americani si sono avvicinati al mondo della città che ha visto nascere la pizza. Tantissime le recensioni positive di giornali americani che insieme alla pizza come alimento hanno scoperto la ‘cultura’ della pizza.
Sul tavolo del Cardinale naturalmente la Pizza del Papa. “Fu fatta – ha spiegato il pizzaiolo Roberto - per la prima volta in occasione in occasione del Giubileo del pizzaiuolo nel 2000, indetto per Papa Giovanni Paolo II. Ha i colori della bandiera vaticana: zucca e ricotta, mozzarella affumicata, peperoni rossi e gialli, carciofi.”
Nel menù anche l’immancabile pizza Margherita, la Mast’ Nicola, pizza storica considerata la più antica di cui si abbia traccia, con pecorino, basilico e lardo.
E dopo altre due classiche napoletane, la Capricciosa ed il Vesuvio, con stracciatella di Andria. Alla fine un babà ed una vera pastiera napoletana.
Nei piani di Rosario quello di realizzare degli scambi per giovani, tra Napoli e New York, per imparare a lavorare nell’ambiente della ristorazione mettendo insieme la tradizione napoletana e l’organizzazione Americana.
Sia il Sottosegretario Scotti che il Cardinale Sepe hanno concordato sull’importanza di piccole realtà come quella del Kestè da ripetere nel mondo per diffondere la creatività, la tradizione ma anche l’imprenditoria di stampo partenopeo.

In serata visita al centro enogastronomico Eataly
Accolto all’ingresso sulla Quinta Avenue da Nicola Farinetti  e Lidia Bastianich, il Cardinale Sepe ha visitato Eataly, il megastore enogastronomico di New York diventato in poco tempo uno dei ritrovi  più importanti della buona cucina italiana negli Stati Uniti. Nicola, figlio di Oscar Farinetti, ideatore e fondatore di quella che è ormai diventata la catena di Eataly a partire dalla prima sede di Torino, ha raccontato al Cardinale la storia del negozio di Manhattan. Di come è nato (appena lo scorso autunno) grazie ad una sinergia intelligente con altri due nomi importanti della ristorazione italiana a New York: Lidia Bastianich e Mario Batali.

Il cardinale Sepe ha visitato diversi stand, assaggiato  specialità realizzate e vendute nel negozio e apprezzato anche la mozzarella preparata da Eataly con tecniche e procedure napoletane. E’ rimasto visibilmente colpito dall’atmosfera e lo spirito presente nel negozio. Per esempio dal pane realizzato sul posto con farina americana macinata a pietra, simile a quella usata in Italia, e lievito italiano vecchio di 30 anni, in un forno spagnolo da un panettiere rumeno.

Lidia Bastianich ha raccontato il suo rapporto di amore con la città di Napoli, per le sue bellezze artistiche ma soprattutto per la sua cucina ed i suoi prodotti. Ha anche ricordato al Cardinale Sepe di aver cucinato per il Papa Benedetto XVI quando è venuto negli Stati Uniti. Lei, originaria del Nord Italia, ha cercato di interpretare i gusti di un Pontefice proveniente dalla Germania.

In un atmosfera cordiale di grande intesa il Cardinale ha manifestato l’idea di aprire Eataly anche nella città di Napoli, magari nel corso del “Giubileo per Napoli” da lui indetto quest’anno. Nicola Farinetti ha confessato che Napoli è stata tra i loro obiettivi fin dagli inizi del progetto Eataly, ma che fino ad oggi non avevano trovato i giusti interlocutori. Siamo torinesi, ha detto, e tutte le  volte che andiamo ad aprire un negozio nuovo lontano dalla nostra realtà cerchiamo degli interlocutori che conoscono il posto dove stiamo andando. Questo per adattare il nostro modello alla realtà del luogo.

Farinetti ha quindi accolto con entusiasmo l’intenzione  del Cardinale Sepe e ha detto che, anche se  realisticamente non è possibile aprire un negozio durante il Giubileo in corso, magari nel corso dell’anno si possono trovare le condizioni per realizzarlo.

La visita si è chiusa con un brindisi augurale per una speranza a Napoli. Quella di aprire una nuova realtà che porti un’idea innovativa e anche posti di lavoro.